LA PANACEA DEL MOVIMENTO RUGBYSTICO ITALIANO SECONDO MASSIMO CUTTITTA

LA PANACEA DEL MOVIMENTO RUGBYSTICO ITALIANO SECONDO  MASSIMO CUTTITTA

Stavolta le partite del ‘Sei nazioni’ le ha dovute guardare dalla tribuna dello stadio o in televisione, da spettatore; parliamo di Massimo Cuttitta che per sette anni è stato l’allenatore della mischia chiusa della nazionale scozzese che pur non vincendo mai, in questo periodo il torneo, è stata sempre tra le protagoniste della competizione tra le sei migliori squadre del vecchio continente.

 

Cinquantenne, Massimo Cuttitta che può vantarsi del fatto di essere uno dei pochissimi giocatori italiani ad essere stato invitato a far parte dei ‘Barbarians’, l’equipe ‘superstar’ del rugby mondiale, è nato rugbysticamente parlando, insieme al gemello Marcello e al fratello maggiore Michele, in Sud Africa, in pieno periodo dell’Apartheid,dove il padre si era recato per lavoro all’inizio degli anni sessanta.

Tornato in Italia a 19 anni, dopo aver militato nell’Aquila, approdò all’Amatori Milano, prima di essere convocato in nazionale dal coach Bertrand Fourcade nel 1990 (in cui collezionò 69 ‘caps’).

Finita la brillantissima carriera da giocatore (che lo ha visto indossare la casacca dei Harlequins, Calvisano, Bologna, Rugby Roma), Massimo Cuttitta ha cominciato quella ancor più brillante di tecnico della mischia chiusa, che l’ha portato per 10 anni fuori dall’Italia, prima nel club scozzese dell’Edinburgh e poi, dal 2009 fino alla fine dello scorso 2015, nella nazionale scozzese.

Lo abbiamo incontrato ad un paio di mesi dalla fine della competizione del ‘Sei Nazioni’ per fare il punto della situazione dopo un’annata decisamente fallimentare per l’Italia con la conquista, per il secondo anno consecutivo, del ‘cucchiaio di legno’, il simbolico premio ‘negativo’ alla squadra arrivata ultima in classifica.

 

Signor Cuttitta, forse sono pochi a ricordarlo, ma se oggi l’Italia disputa dal 2000 il Torneo delle Sei Nazioni è perché nel marzo del 1987 a Grenoble, la nazionale battè nella finale della Coppa FIRA (l’equivalente della Coppa Europa del calcio) la Francia, la squadra più forte in Europa in quel momento. Di quella nazionale facevano parte i vari Troncon, Dominguez e i due fratelli Cuttitta, Marcello e, per l’appunto, lei. Cosa aveva quella nazionale per arrivare a quel traguardo?

“Era un gruppo formidabile, che ha portato l’Italia dove è adesso… quell’Italia aveva fame e voglia di vincere, di ottenere qualcosa di importante…”

Cosa che adesso non c’è più? 

“Non dico che non c’ è più. Magari c’è ancora ma da mio punto di vista quello che manca all’Italia è la parte tecnica, come vengono allenati i ragazzi. Non è possibile che l’Italia abbia solo 2-3 tecnìci  che allenano la nazionale. Tutte le altre squadre hanno un minimo di 6 allenatori che coprono tutti i reparti, perché è impossibile –per esempio- fare una mischia chiusa per intero, per il tecnico che si occupa anche di altri settori. Già così, per come è stata impostata la cosa non va bene, ed è decisamente un grosso errore. Io che facevo la mischia chiusa con la Scozia, passavo ore ed ore a studiare le tattiche. Andavo a dormire alle due di notte perché analizzavo tutto, tutto quello che riguardava i nostri avversari, quello che facevamo noi negli allenamenti… come è possibile fare tutti i reparti di una mischia basandosi solo su un tecnico? Ci vogliono vari tecnici che girando tutta l’Italia, diffondano il modo di giocare della nazionale, così che tutti i giocatori sanno che quello è il modo di giocare. In Scozia abbiamo fatto questo: solo ed esclusivamente questo. Si è deciso che si formava la mischia nel modo di Massimo, si saltava in touche nel modo dell’altro tecnico e così via, e lo si è fatto per sette anni. Adesso la Scozia sta raccogliendo i benefici di quel lavoro. In Italia, invece, non c’è programmazione”

Secondo lei, il tracollo che si è avuto nell’Italrugby in questi ultimi due anni, è colpa della Federazione o del tecnico Jacques Brunel?

“Io do la colpa alla Federazione che non ha saputo programmare, che     non ha dato la possibilità a Jacques Brunel di poter fare il proprio lavoro. Non è colpa del tecnico. I tecnici debbono poter lavorare nelle società e nelle franchigie per la nazionale. Vede, in Scozia le franchigie lavorano tutte allo stesso modo con un solo obiettivo: la nazionale. I clubs sono impostati in modo di lavorare tutti allo stesso modo con quel solo obiettivo,  ma non solo quella maggiore, anche quelle giovanili –infatti-  giocano nello stesso modo della nazionale maggiore. Tutti i clubs scozzesi fanno le mischie chiuse nel modo che ho insegnato io, che è quello che si fa nella nazionale, perché da 7anni abbiamo deciso di fare quello e tutti hanno sposato il progetto. Questa è la cosa importante: sposare un progetto comune e lavorare per quello, cosa che in Italia non succede. Qui tutti fanno come vogliono. Purtroppo la verità è questa”

Conor 0’Shea, il nuovo tecnico irlandese che da pochi giorni ha sostituito nella guida dell’Italrugby Brunel, riuscirà secondo lei a sollevare le sorti del rugby nostrano?

“Il nuovo tecnico lo conosco per averci giocato contro, è un bravo tecnico e spero che riesca nell’impresa anche se per lui non sarà facile, perché dovrà attorniarsi di collaboratori validi. Spero che le società lo stiano a sentire… e qui entra in ballo la Federazione”.

E’ strano quello che succede in Italia, proprio mentre il movimento di pubblico e tifosi del rugby aumenta sempre di più, il rugby giocato sta andando sempre più in crisi. E’ notizia di questi giorni che nel riassetto della Champions Europea, le squadre di club italiane dovrebbero restarne fuori. Di solito succede il contrario, quando in uno sport ci sono delle vittorie il pubblico e i tifosi aumentano… perché secondo lei c’è questa anomalia nel sistema Italia?

“Il rugby è vero, attira tantissimo, ma bisogna investire in questo sport. Investire non significa farlo solo nelle due franchigie Zebre e Benetton, significa farlo anche nell’Eccellenza perché quello è il serbatoio più grosso, bisogna investire nelle serie minori e in quelle giovanili. Secondo me ci sono troppe Accademie del rugby in Italia che non fanno altro che togliere giovani ai club. Siamo la nazione con più Accademie al mondo. Se in una squadra si fanno male 10 giocatori questa è costretta a ritirarsi dal torneo perché non ha tanti rincalzi. Invece di spendere tanti soldi in queste Accademie (37/42), questi  dovrebbero essere spesi in tutti i settori, in tutti i club, lasciando solo 3-4 Accademie, ma con l’obbligo alle società di valorizzare e far crescere i giovani italiani, magari investendo anche in tecnici stranieri. Questo secondo me è la cosa più giusta da fare, quella di programmare un grosso progetto finanziando i club per farli crescere con degli obblighi: ‘se tu mi fai crescere i giovani ti do un tot…’ Se no, non usciamo più da questa empasse. Noi abbiamo un potenziale grosso di giovani in Italia, ma non abbiamo grandi tecnici per allenarli. Non dico che i tecnici italiani non sono validi, anzi ce ne sono di bravi, ma non siamo al livello degli altri paesi”

Il futuro di Massimo Cuttitta? Riusciremo mai a vederla in Federazione?

“Il mio futuro è quasi sicuramente ancora all’estero. Da parte mia ci sarebbe tanta volontà di restare in Italia, ma da parte loro non c’è tanta convinzione. Dovevo andare a Treviso, ma poi la cosa è sfumata. La Federazione, è vero,  mi ha chiamato, ma per delle proposte irrisorie, dopo dieci anni all’estero e sette con la nazionale scozzese, non te ne poi uscire col propormi di allenare una piccola Accademia. Mi devi proporre qualcosa di più importante, anche perché la gavetta io l‘ho fatta e anche tanta e tutta a spese mie… Ho fatto le valigie e me ne sono andato all’estero. Il mio curriculum parla chiaro e il campo ha mostrato quello che valgo. Adesso sta a loro decidere. Si capisce che mi piacerebbe tantissimo allenare la mischia della nazionale… Per il momento sto dando una mano all’Aquila, la mia prima squadra italiana, che sta attraversando un momento di crisi in Eccellenza, e sto cercando di risollevarla. Una bella esperienza, positiva, anche questa, ma il mio futuro sarà sicuramente di nuovo all’estero”.

E proprio a L’Aquila, il 28 aprile scorso, Massimo Cuttitta ha tenuto un corso di ‘Mischia Chiusa’, organizzato dalla Cuttitta’s Brother Scuola di Rugby, l’Associazione sportiva creata quattro anni fa insieme ai fratelli Marcello e Michele e realizzato anche grazie al supporto dello sponsor ‘Forno Damiani’.

Sul campo Aquilano del ‘Tommaso Fattori’, l’ex C.T. della nazionale scozzese ha insegnato le sue tecniche di gioco a circa 25 volenterosi allievi  provenienti da tutta Italia.

 

Maurizio D’Eramo

 

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